GIUDITTA E OLOFERNE DI CRISTOFANO ALLORI

Giuditta con la testa di Oloferne è il dipinto più celebre del pittore fiorentino Cristofano Allori, eseguito tra il 1610 e il 1612. L’olio su tela è conservato a Firenze nella Galleria Palatina di Palazzo Pitti.
Il quadro conobbe un successo immediato e diffusione di copie, anche grazie alla credenza aneddotica secondo cui il pittore avrebbe interpretato in veste autobiografica la storia dell’eroina biblica Giuditta, raffigurando se stesso nella testa del decapitato Oloferne e la sua amante Mazzafirra nel bel volto della giovane.

Alla morte del pittore, nel 1621, il quadro giunse nelle collezioni medicee ed approdò a Palazzo Pitti nel 1666.

Nel racconto biblico si narra di come Giuditta liberò la città di Betulia assediata dagli Assiri del re Nabucodonosor.
Della sua bellezza si invaghì Oloferne, loro generale, il quale la trattenne con sé al banchetto.
Vistolo ubriaco, Giuditta gli tagliò la testa con la sua stessa spada e poi ritornò nella città.
Gli Assiri, trovato morto il loro condottiero, furono presi dal panico e agevolmente messi in fuga dai Giudei.
Nell’opera Cristofano mostra di recepire l’influenza di Caravaggio attraverso la lezione di Artemisia Gentileschi che negli stessi anni, a servizio dei Medici, dipingeva per Cosimo II due impetuose rappresentazioni di Giuditta.

Cristofano mette in risalto soprattutto la bellezza dell’eroina, il candore dell’incarnato e la ricchezza della veste, in contrasto con l’orrore della testa mozzata che tiene in mano.

Giuditta appare fiera del suo gesto e sicura della protezione divina.
Lo sguardo dell’ancella, rivolto verso il viso fiero della giocane, sembra voler ribadire il coraggio e la correttezza l’azione di Giuditta.
Il suo abbigliamento straordinariamente sontuoso offre un esplicito omaggio alla fiorente industria tessile della Firenze dell’epoca.
Lo sfondo scuro, in cui si intravvede un tendaggio verde, fa risaltare ulteriormente la figura di Giuditta, esaltata anche dal punto di osservazione, dal basso verso l’alto, in grado di enfatizzare ulteriormente il personaggio.
I lapidari astrologici del tardo-Medioevo e del Rinascimento sono concordi nel definire il rubino come gemma ricca di poteri, che gli derivano dal suo rapporto col pianeta Marte e con la stella Sole.
Per il collegamento con quest’ultimo, ad esso si riconosceva la proprietà di rafforzare l’energia vitale, di rendere il corpo incolume, di conferire energia a chi lo portasse.
Il tema figurativo di Giuditta ed Oloferne conobbe molta fortuna in Firenze grazie soprattutto al gruppo bronzeo di Donatello collocato in piazza della Signoria nel 1494, ora nella Sala dei Gigli di Palazzo Vecchio, che divenne il manifesto di astuzia, coraggio e fede in Dio, virtù necessarie per guadagnare libertà contro qualsiasi oppressore.

Ecco il racconto del dipinto, caricato sul nostro canale YouTube.

